OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DI DESIGN / INTERNATIONAL DESIGN OBSERVATORY
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Stay hungry, eat the rich!

[text] Andrea Facchetti, Unità di crisi, Italy / [images] courtesy of steveworkers.tumblr.com

Il 5 ottobre muore Steve Jobs. La notizia è sulle prime pagine di tutti i quotidiani del mondo; reti televisive, riviste, internet, qualsiasi mezzo di comunicazione ne parla, lo commemora, tesse le lodi dell'uomo che ha cambiato il futuro del mondo. E ovviamente le veglie funebri fuori dagli Apple Store. Pochi hanno ricevuto lo stesso trattamento, forse nessuno. La prima vicenda simile che viene alla mente è la morte di papa Giovanni Paolo II. Ed è curioso che il paragone sia con l'autorità maggiore di una delle religioni più potenti e diffuse al mondo. Talmente curioso che spinge a pensare come forse anche il fondatore della Apple (ma in realtà co-fondatore assieme a Steve Wozniak) sia stato soggetto ad un processo di mistificazione (che addirittura sfiora la santificazione se non la deificazione), un processo che ha proiettato sull'uomo Steve Jobs i meriti, i prestigi e l'intelligenza delle centinaia, o forse migliaia, di persone coinvolte più o meno indirettamente nel raggio d'azione dell'azienda.

A vederla bene, infatti, l'affermazione "Steve Jobs ha inventato [o addirittura creato] l'iPhone" è decisamente un'affermazione stupida e falsa. Eppure oggi per la grande maggioranza delle persone ciò corrisponde al vero. Forse ciò di cui l'uomo Steve Jobs è veramente responsabile in prima persona è proprio questa trasformazione di sé stesso nell'icona Steve Jobs, un'icona carica dei valori del mercato libero e del capitalismo sfrenato ("Stay hungry, stay foolish" suona come il motto Tutti contro tutti alla base della sana competizione liberista in cui non c'è spazio per i deboli). Gli stessi valori con cui sono stati sovraccaricati i prodotti Apple, ulteriore stadio progredito di quel processo di feticizzazione della merce che faceva di questa "una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici" (Marx, Il capitale).
A questa narrazione imposta dall'alto, mistificatrice e portatrice di una cattiva identità si è contrapposta subito una narrazione molto diversa, quella di Steve Workers:

Steve Workers is the faceless, ageless icon of all the exploited workers. He is not a man, he is a multitude of men and women.
Steve Workers is the workers’ lucid, sharp, powerful rage.
Steve Workers is the name behind which workers, students, immigrants, and every exploited human being, in any corner of the world, unite and fight to build a different future.
Steve Workers is in every place people are fighting for their rights, for justice, for a better future.


Steve Workers nasce dalla rete, come alter ego dell'ex CEO di Apple, un atto mitopoietico condiviso da molti, icona che non possiede un'identità, ma è posseduta da migliaia di identità diverse, quelle appunto dei lavoratori. Steve Workers ruba la celebre frase di Jobs (che in realtà di Jobs non è, in quanto si tratta di una citazione: The Whole Earth Catalog) e ne ribalta il senso: Stay hungry, eat the rich. Stay foolish, fight capitalism. Steve Workers, il giorno dopo la scomparsa dell'uomo-icona che ha introdotto la tecnologia delle comunicazioni nelle tasche di milioni di persone, è la moltitudine-icona che ci ricorda come quella tecnologia è prima di tutto materia, hardware prima ancora che software. Se Steve Jobs è riuscito a far vaporizzare un telefono in un'idea (o ideale), Steve Workers vuole ricordarci che quell'idea nella nostra tasca è sempre e comunque frutto di un processo di sfruttamento (ambientale, fisico, intellettuale).

La questione è complessa, spinosa e delicata. Qui alcuni link per approfondirla:

Su Steve Workers
Eat the Monty!
Steve Workers, il nuovo guru folle e affamato
Un esempio di contronarrazione: #SteveWorkers

Sullo sfruttamento negli stabilimenti Foxconn
Silicio, sangue e sudore: il caso Foxconn [suicidi e sfruttamento negli stabilimenti cinesi dove nascono le console]
Against Nostalgia

Sul feticismo della merce digitale
Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple


Inserito da aiapzine | 07.12.11 | commenti (1) | Identity/Identities | stampa




commenti:

  Oltre alle considerazioni socio politiche più che legittime e degne forse di altra sede, poco ho sentito parlare dello "stevework" che riguarda indirettamente, nel bene e nel male, il lavoro del grafico negli ultimi vent'anni.
Per chi ha superato i cinquanta ricorderà come si lavorava prima degli anni '90 e quale mutazione è avvenuta con le prime work station Apple.
C'è una breve frase nel citassimo discorso di Jobs alla Standford University in cui dice con civetteria
(forse) che dei pochi studi intrapresi in gioventù, quello che lo appassionato di più è stato un
corso di "calligrafia".
Da qui, gli va dato atto e merito, di aver saputo compattere strumenti fino ad allora complessi, ingombranti, costosi ed ergonomicamente orrendi in strumenti interfacciati con software dedicatialla grafica.
Software la cui complessa storia fatta anche di liti giudiziarie su brevetti e apporti di know-how di varie provenienze, la principale quella di "Type uno" sviluppato da J.Warnock della
Adobe che, guarda caso, come molti dei fondamenti dell'informatica nasce in europa (come per es. il web), sviluppando una formula matematica del francese Bezier.
Da qui tutta la grafica vettoriale, illustrator, Freehand fino a QuarkXpress. Non ultimo il Postscript sempre della Adobe, fondamentale anch'esso per trasportare tutte le belle cose nate sul monitor su qualcosa di tangibile come la carta e gli infiniti supporti e formati oggi possibili.
Per quanto riguarda la mutazione di cui sopra, chi ricorda quegli anni potrebbe scrivere episodi, certo meno drammatici di Taiwan, ma la velocizzazione, gradita questa, e la volgarizzazione, meno gradita, della composizione tipografica per cui le segretarie diventavano immediatamente
sostituti del grafico. Il tentativo di sostituire con Photoshop, da parte della stessa segretaria perfino il fotolitista (pare che avvenga ancora oggi), ha come sappiamo inciso nell'economia (posti di lavoro)
se non nell'assetto generale del graphic design qualificato.
Questo tema sì meriterebbe in questa sede uno studio socioeconomico e ormai anche storico sulla professione del grafico.

Giuseppe Colombo

giuseppecolombo il 14 dic 11 alle 01:12



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