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Note sulla precarietà

[text] Melissa Destino, Italy / [images] courtesy of "Vita da Bohème", France

Note sulla precarietà è il titolo del denso articolo che segue e dell'omonima nuova sezione di aiapzine, interamente dedicata a saggi, interviste, riflessioni e notizie sul fenomeno della precarietà, divenuto attuale e importante tanto quanto di difficile e sfuggente definizione, da monitorare perchè investe e coinvolge tra l'altro tutti gli aspetti della professione comprese le tante legate al design della comunicazione.
Il testo, che non si propone come una presentazione esaustiva del fenomeno, ma come un onesto tentativo di iniziare un discorso sul tema della precarietà anche all'interno del mondo del design, ha il grande merito di definire un preciso e ampio contesto, pur se di per sè frastagliato e mobile, nel quale operare grazie ai tanti riferimenti storici, critici e bibliografici. Riteniamo che non sia un argomento semplice, sotto molteplici aspetti, ma che al contempo sia doveroso occuparsene, conoscerlo, saperlo fronteggiare, conviverci. Vi chiediamo di partecipare attivamente nell'arricchire la sezione, segnalandoci notizie e argomenti sulla precarietà di cui poterci occupare in futuro. [aiapzine


Precariousness is at the centre of a formal universe in which nothing is durable, everything is movement: the trajectory between two places is favoured in relation to the place itself, and encounters are more important than the individuals who compose them. Nicolas Bourriaud

La condizione di precarietà è una componente strutturale della “società liquida”, influenza la sfera delle relazioni umane, il modo in cui vengono utilizzati i mezzi di produzione e, conseguentemente, la produzione stessa. È oggi fondamentale soggettivizzare, essere consapevoli degli aspetti positivi e negativi di questa condizione e essere in grado di prevederne gli sviluppi.
In quella che Zygmunt Bauman definisce “modernità liquida”, gli individui devono adattarsi alla variabilità delle circostanze e devono essere in grado di far fronte alla fusione delle categorie della vita.
Nel mondo del lavoro cognitivo, i limiti tra ciò che è lavoro e ciò che è vita privata non esistono più: la produttività è continua; il tempo di produzione, prima circoscritto alle ore di lavoro, è ora costante e inseparabile dalla vita stessa.
Mentre fino a pochi decenni fa ogni professione era correlata a delle specifiche mansioni, competenze ed etica, oggi è difficile circoscrivere una pratica in un'area definibile: come i saperi anche le competenze si completano, si sovrappongono e si intersecano rendendone difficile la percezione e la distinzione.
In quest'era caratterizzata dal muoversi a confine tra varie dimensioni e dall'essere effimero, in quest'era dove nulla è duraturo e tutto è movimento, predomina una nuova figura che Bourriaud chiama il “radicante”.
Il radicante si muove. Non ha più radici stabili, ma mobili; si forma con le contingenze e non possiede un'identità chiara e definita a causa delle molteplici origini che compongono il suo substrato di provenienza.
La precarietà generalizzata diventa l'elemento centrale della fase contemporanea del capitalismo; l'esistenza frammentata che tradizionalmente ha determinato e determina tutt'ora il lavoro delle donne si sta proponendo come paradigma generale, ora indipendente dal sesso.

Sebbene questa condizione di precarietà, che oggi caratterizza la totalità della vita, è stata determinata originariamente dalla trasformazione dell'idea stessa di lavoro, oggi non è più relazionata in maniera univoca all'ambiente lavorativo, ma influenza anche la famiglia, la città e le relazioni umane. Tutto questo è avvenuto secondo un processo capillare dal momento in cui la società ha cominciato ad essere incentrata sul mercato; da allora il ruolo del lavoro è diventato proporzionalmente più importante e si è affermato come categoria predominante ed esclusiva tramite la quale riconoscere il valore umano nella sfera pubblica (come affermato da Alberto Guerreiro Ramos).
Il modello capitalistico ha accresciuto particolarmente negli ultimi decenni il fattore della disoccupazione e lo sfruttamento della forza-lavoro, le cui modalità portano in sé, come affermato da Cristina Morini, idee di nessun valore sociale, di flessibilità e di estrema adattabilità del tempo dell'impiegato, caratteristiche queste, comuni sia ai lavoratori precari che a quelli autonomi, sebbene esista una differenza sostanziale nei rispettivi rapporti di interdipendenza e indipendenza.

Si può profilare una sorta di continuità tra il lavoratore autonomo e precario se si pensa che la precarietà, adesso legata ad un nuovo ciclo di sfruttamento dimostra, tramite la ricerca di flessibilità, il rifiuto della tipologia di lavoro fordista. Quando si riconosce che la genealogia del lavoro autonomo risale a Sant'Agostino – una sorta di libero professionista proveniente dall'Africa e insegnante di retorica che trovò poi la sua fortuna a Roma – si può ricondurre immediatamente questa storia di autonomia all'attuale e usuale binomio lavoratore cognitivo/ freelance, termine che oggi si riferisce ad ogni sorta di libera professione e che rimanda letteralmente all'immagine di una lancia libera nell'aria, indipendente ma che era originariamente legata all'idea di mercenario .
Baudelaire colse sul nascere questa forma di vita e gli diede il nome di «flânerie». Tra il 1848 e il 1920 è stata proprio questa l’attitudine della bohème europea, tra i cui protagonisti alcuni erano estranei e forse antagonisti al capitalismo che li circondava, ma altri cominciarono già allora a lavorare all'interno del mercato come veri e propri managers, intellettuali o come prekär (come vengono definiti da Weber) all'interno delle università.
Tuttavia è solo negli anni '80 che si crea un vero e proprio mercato delle professioni indipendenti a seguito dell'emersione del postfordismo e solo negli anni '90 una parte di queste professioni vengono riconosciute e/o categorizzate da Richard Florida come appartenenti a quella che è tutt'oggi denominata “classe creativa”.
Oggi la precarizzazione è diventata, come indicato da Franco Berardi, il cuore del processo di produzione e opera profondamente nella società e sulle relazioni psicologiche e linguistiche; è strettamente correlata al concetto di “liquidità” e, secondo Judith Butler, è incorporata nelle e dalle condizioni politiche e sociali: ‘la vulnerabilità diventa un'estensione della nascita, perché la sopravvivenza iniziale dipende da reti sociali, dalla socialità e dal lavoro.’

Anche a causa di questa sua natura primordiale, è necessario iniziare un processo di soggettivizzazione all'interno di questa condizione, capire quando è dovuta ad una decisione auto-determinata e quando è conseguenza di sfruttamento. È immediato percepire il limite presente tra precarietà, flessibilità e autonomia sulla base del livello di libertà disponibile, ma non è altrettanto immediato percepirne e gestirne i meccanismi interni.
Nell'articolo Il rischio della precarietà nell'epoca della decostruzione Umberto Pagano traccia un parallelo tra l'articolo di Freud Civilization and its discontents (1972) e il successivo testo di Bauman Postmodernity and its Discontents (1997). Freud afferma che esiste una correlazione tra l'espansione della ‘Sicherheit’ (sicurezza) e la contrazione della libertà. Bauman riprende il concetto, il rapporto tra 'Sicherheit' e libertà, ma lo fa funzionare in senso contrario: è cioè la ‘Sicherheit’ a sacrificarsi al posto della libertà! L'individuo postmoderno non è più capace o in condizione di pianificare il suo futuro perché soggetto a una costante ‘Unsicherheit’ (insicurezza).

La precarietà caratterizza non solo quindi il lavoro nelle fabbriche, ma anche il lavoro cognitivo; determina la vita stessa, in tutti i suoi campi. Per questa ragione è determinante, come affermato da Felix Guattari nel 1989 dopo il collasso del blocco sovietico, insistere sulla necessità della formazione di una soggettività cosciente e collettiva.
La società sta cambiando rapidamente, le strutture in cui eravamo abituati a vivere si stanno o sono state smantellate – le istituzioni (incluse le università), la famiglia, il ‘mondo del lavoro’, ecc. – e quelle su cui eravamo abituati a costruire, stanno diventando sempre meno durature e stabili. È cruciale formulare domande sulle condizioni presenti, fornire interpretazioni e previsioni per definire un possibile scenario, capire lati positivi e negativi.
Un'interessante visione sull'importanza del fare previsioni è fornita da Paul Saffo in un'intervista su Domus: “tutti dovremmo fare previsioni perché tutti vivremo nel futuro”; proprio questo concetto deve essere alla base del processo di soggettivazione perché è diventato determinante capire il presente, immaginare il futuro ed essere così pronti a reagire.
Artisti e designer possono essere definiti come i lavoratori autonomi (o precari) per eccellenza e sono oggi sempre più soggetti ad una indispensabile tensione verso la multi-processualità. Tuttavia, mentre nel mondo dell'arte questa questione è stata ed è tuttora esplorata, nel design non se ne è ancora parlato abbastanza. Qual'è il tassello mancante tra autonomia e precarietà nel mondo del design?


Bibliografia
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Inserito da aiapzine | 17.05.12 | commenti (0) | Note sulla precarietà | stampa




 
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Vita da Bohème, film di Aki Kaurismäki, 1992  

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1/2011
ISSN: 2039-9901


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