OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DI DESIGN / INTERNATIONAL DESIGN OBSERVATORY
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Claudia Neri e il racconto di un'esperienza didattica. Prima parte

[text] Claudia Neri, Italy / [images] studenti IED Milano, Italy

aiapzine negli ultimi tempi ha concentrato (e continuerà a farlo) molta della sua attenzione nell'osservare quanto accade all'interno delle scuole di design, nelle tesi di laurea e di ricerca, ma anche nella struttura didattica dei corsi, dei workshop, delle conferenze e delle mostre organizzate al loro interno, cercando di seguire l'attività didattica e formativa, ascoltando entrambe le opinioni, di chi insegna e di chi si prepara all'attività professionale del designer della comunicazione visiva. In un racconto a più voci Claudia Neri e alcuni dei suoi studenti dello IED di Milano descrivono l'esperienza del corso di Art Direction, che li ha visti coinvolti in ruoli differenti.
Claudia Neri è sulla scena nazionale una tra le figure più autorevoli nel campo della brand identity e della comunicazione integrata. La sua attività professionale - svolta attraverso Teikna Design, che ha fondato nel 1994, a forte vocazione internazionale, ha riguardato città come Roma, Milano, Toronto e New York dove ha creato e implementato programmi di Brand Identity.
Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, da organizzazioni come AIGA (American Institute of Graphic Arts), ADCC (Advertising and Design Club of Canada), Graphis. I progetti premiati con Good Design Award, dal Chicago Atheneaum Museum of Design sono parte della collezione permanente.
I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste di settore e non tra cui: Applied Arts, Azure, AIAP NullaAosta magazine, Coupe, How, Communication Arts.
È stata scelta come giurato Design in competizioni nazionali e internazionali quali Cannes, Eurobest,  Dubai Lynx, ADC Global, Art Directors Club New York.


«Tra ottobre 2011 e gennaio 2012 ho condotto un workshop per 15 studenti del II anno di Art Direction dello IED di Milano. L'attività didattica è impostata sul lavoro stesso: agli studenti viene chiesto di produrre un alto numero di progetti, che vengono tutti analizzati, discussi e criticati collettivamente. Processo questo che, tra le altre cose, favorisce la consapevolezza e la capacità di analisi, individuale e collettiva. Sono infatti della scuola di pensiero che si impara soprattutto facendo. Molto, e con tempi abbreviati. Sotto il profilo dei risultati puntare (molto) in alto, rischiando di non raggiungere gli scopi prefissi, paga di più che abbassare l’asticella del “raggiungibile”. 

Fatta questa premessa, devo dire che non capita spesso di lavorare con studenti ad elevata percentuale di talento/ambizione. Quello che in inglese si chiama “drive” o anche “hunger” ossia fame. L’importanza di quest’ultima, in senso reale o metaforico, ce la ricorda per primo uno dei più originali graphic designer di oggi, Bill Cahan, che non casualmente ha intitolato il suo oramai introvabile libro I’m almost always hungry. Confermando che alla base di molti successi c’è spesso il binomio vincente talento/necessità, urgenza.

Agli studenti è stato chiesto di inventare, partendo da un font di loro scelta, un nuovo brand. Definendone nome, categoria merceologica, visual identity, tono di voce e “brand character”. Sviluppandone le caratteristiche attraverso l'applicazione su una vasta gamma di oggetti e prodotti, dall’editoria tradizionale al web, applicazione trasversali, – come succede sempre più spesso nel mercato.

I progetti che sono stati realizzati – eterogenei per scelta di settore merceologico, oltreché valori e design – hanno in comune l'alto coefficiente estetico. Testimoniano un sofisticato uso del design come linguaggio modulabile sotto la spinta dell’interesse e delle passioni personali. 
Come tutor, i risultati sono la "prova provata" che chiedere di più, evitando il livellamento verso il basso, paga. Per gli studenti, mi auguro che il processo e i risultati ottenuti siano serviti a capire che il design è tra le altre cose, anche una prova di coraggio. Spero abbiano imparato a mettersi in gioco, forti di una metodologia precisa, un linguaggio coeso grazie al quale poter dire qualsiasi cosa. Bene.» [Claudia Neri]


Luca Paternoster
Riflessioni, ricerche. Esigenze cresciute durante il corso della prof. Claudia Neri. Il programma che ho seguito mi ha concesso e regalato una libertà consapevole. Consapevole del fatto che giocare all'interno di canoni e regole precise, è molto più "divertente" e costruttivo. Immortale se ben strutturato.
Impaginazione, tensione grafica, scelta del font, scelta della carta (per citarne alcuni) ora segnano con forza l'inizio di qualsiasi mio pensiero progettuale.
Coerenza, estetica, pulizia lo completano. La scelta, mia personale, di dedicarmi a questa attività di ricerca nasce appunto spontaneamente dall'approfondimento dei sopracitati temi,risorse, e dagli input stimolanti e precisi che ha portato la docente in classe. Branding: letteralmente, "marchiare".
Marchiare con l’ambizione audace di un legame riconoscibile, eterno (matrimonio).
Legame riconoscibile con lo stile che sto cercando di “assemblare”.
Stile che non si riferisce ad un particolare prodotto,ma potrebbe essere un modo, (un metodo) per fare.
Fare le cose.
Una sorta di carta della regola stilistica da applicare a... design, tipografia, lavoro, vita, cucina, curiosità... amore.
I segnali tra cui mi son divertito a danzare sono diversi; i fondamentali, pochi: l'arte orientale… (più che l'arte lo stile di vita), la concezione, il rispetto per la vita, appunto; gli studi di Mondrian sulla sintesi; il silenzio, (silenzio come astensione, non come assenza); Munari, Marinetti, l’arte preistorica; e poi Coffee and sigaretters (Smettere di fumare), due dialoghi del film di Jim Jarmusch del 2003.
della moda: Dior-Margiela; e ancora, Henrik Vibskov “arte e anarchia” di Edgar Wind. La noia di una giornata di sole. (?) Giocando con un font che meglio assecondasse i miei appetiti (sete, fame, altro, bisogni primari..) estetici. Un nome (…derivazione francese), la cui pronuncia da o quanto meno dovrebbe dare quel tocco di classe in più.
(sbadiglio)
Un logo, quel pino, a me tanto caro. Mini male. Il segno grafico manuale. Una bruttezza onesta (mi piace definirla in questo modo) che nel caos delle esattezze tecnologiche ha un fascino certo.
A mio parere.

Luca Paternoster
paternoster.omodei@gmail.com


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Arianna Gambirasio
L'idea per il progetto Balenciaga, è stata quella di creare un catalogo che non mostrasse solamente le classiche fotografie di lookbook/advertising ma che inglobasse anche i materiali con i quali i vestiti vengono realizzati con le possibili varianti di colore.
Un catalogo interattivo dove il cliente può toccare il tessuto del vestito. Ho inoltre inserito i bozzetti per mostrare l'incipit della creazione di un abito e il lavoro dello stilista.
Per l'evento ho quindi pensato di avvolgere l'invito con i tessuti degli abiti che potrà poi essere riutilizzato come portachiavi.
Per l'ultimo lavoro del corso (O dot o) di progettazione grafica il mio punto di partenza sono state le cassette musicali divenute ormai un ricordo della generazione anni '80.
Il nome della mia marca è O dot o. Le due "o" riprendono le forme del nastro musicale avvolto all'interno delle musicassette. Da qui ho creato un megalogue (rilegato con il nastro delle cassette) dove vengono rappresentati alcuni oggetti della marca: dagli adesivi, all'arredamento. Le fotografie allegate si riferiscono alla linea di cartoleria e alle shopping bag, il cui design è stato pensato sia con il disegno della cassetta che con la texture ricavata dal nome del brand. Infine i biglietti da visita realizzati con acetato e con cartoncino e nastro musicale.

Arianna Gambirasio
ariannagambirasio@yahoo.it


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Riccardo Bellei
RED HAIL 47 ha origine dall'unione di una citazione di Nostradamus (quartina I.22) dove la "grandine rossa" viene definita come l'arma con cui l'ultimo dei tre Anticristo predetti, distruggerà la Terra. Il numero 47 ricorda la famosa sigla "AK-47", con la quale viene identificato uno dei più diffusi fucili semi-automatici del mercato: il Kalashnikov, che diventa inoltre icona del brand. Il legame con le GANG è stata una scelta ispirata dal lavoro di Robert Yager, fotografo londinese, che compose un reportage sulle più famose gang di Los Angeles, rivelando un mondo che alla maggior parte delle persone, era quasi del tutto sconosciuto. La rabbia, l'illegalità, la voglia di rivalsa, il senso di appartenenza, il valore dato alla famiglia, ma allo stesso tempo i pregiudizi, l'emarginazione e la paura di queste realtà. La mission del brand è stravolgere il punto di vista del “resto“ del mondo su delle realtà nascoste, forti solo della loro rabbia e voglia di rivalsa. RH district, nasce come progetto correlato, con l'intenzione di creare un ristorante "gangsta-chic" mantenendo uno stretto legame con il "quartiere".
Golden Goose Deluxe Brand è il fashion brand veneziano focalizzato sulla ricerca dei materiali e sull'importanza dell'artigianato. La tipologia delle carte scelte, il tipo di immaginazione e i toni cromatici, rispecchiano a pieno la brand-image Golden Goose, con un tocco personale nell'idealizzazione e nella progettazione degli elaborati.

Riccardo Bellei
riccardoadvbellei@gmail.com


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Fine prima parte [continua...]


Inserito da aiapzine | 09.05.12 | commenti (0) | Tesi, ricerche, studi | stampa




 
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ISSN: 2039-9901


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