OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DI DESIGN / INTERNATIONAL DESIGN OBSERVATORY
home

Information Design: la comprensione e l'invisibile

[text] Angela Morelli, Norway / [images] Angela Morelli, Norway

È da tempo che in redazione si discute della necessità di inaugurare una sezione dedicata all'Information Design, che ormai è entrato a pieno titolo tra i temi mainstream del dibattito attuale sul design della comunicazione visiva in Italia, anche se con un po' di (consueto) ritardo rispetto al panorama internazionale.
Siamo infatti in presenza di una disciplina agli albori, che per il momento è priva di una storia e di una pratica organiche, ma che ha già assunto un ruolo centrale nella contemporaneità, grazie alla sua forza intrinseca e al prezioso lavoro di tanti studiosi e designer. Tra questi Martin Foessleitner, Michael Stoll e Max Whitby, workshop leader invitati alla Settimana internazionale della grafica, Aiap Design Per Treviso 2012. Le loro interviste, qui appena pubblicate, disegnano sinteticamente e magistralmente, gli obbiettivi e le finalità dell'Information Design che, avendo come oggetto la comunicazione chiara e univoca dell'Informazione, resa in modalità  simbolica e/o iconica, ha campi di applicazione illimitati, e una vocazione assolutamente multidisciplinare.
La nostra speranza è quella di contribuire a innescare una riflessione anche teorica, che indaghi sulle potenzialità immense dell'Information Design (in gran parte da svelare), sui suoi campi d'intervento e sugli scenari futuri, soprattutto in relazione alle implicazioni sociologiche che potrà avere nella diffusione massiva di informazioni complesse con l'obbiettivo di semplificarle, elevando sempre la conoscenza specifica e la consapevolezza degli utenti, attraverso la creazione di empatia tra la rappresentazione dei dati e coloro che li ricevono, rendendoli così accessibili a tutti, e contribuendo alla "nascita di una cittadinanza illuminata, che è la vera base della democrazia", per ribadire le parole di Michael Stoll a chiusura dell'intervista "L'importanza di essere assonometrici" (Domus 955, febbraio 2012).
In questa nuova sezione dedicata all'Information Design è nostro obiettivo avviare una ricognizione ampia della teoria e della pratica di questa disciplina, in un contesto nazionale e internazionale, prediligendo progetti con una forte impronta sociale: ospiteremo dunque interventi di information designer che raccontino il loro lavoro e il loro approccio 'personale'; contributi di 'attori sulla scena' che stanno creando la storia dell'Information Design e che, grazie a progettazione e sperimentazione, operano a favore della stratificazione di una grammatica e di una sintassi della disciplina.
A margine della imminente apertura di Aiap Design Per – Treviso 2012, quest'anno incentrato proprio sul tema 'Design e Scienza', abbiamo deciso di iniziare con il 'racconto' di Angela Morelli, graphic e information designer italiana, che dal 2005 ha vissuto e lavorato a Londra, fino al recente trasferimento ad Oslo.
Angela Morelli ha dedicato negli ultimi anni grandi energie e passione al suo progetto The Global Water Footprint of Humanity, premiato e recensito sulla scena internazionale, che documentiamo con molti link per l'approfondimento con ulteriori testi e immagini, con il link al suo intervento in TEDxOslo, e con il recentissimo passaggio televisivo, in Italia, ospite a La7. [Massimo Porcedda/aiapzine]


Angela Morelli, information designer

Storia numero uno. Comprendere.

A 17 anni iniziai la mia avventura al Politecnico di Milano. Volevo diventare ingegnere. Gli anni del Politecnico hanno lasciato una impronta indelebile sul modo in cui penso e progetto, ma sono stati anche importantissimi per capire quello che non volevo fare. Non volevo fare l’ingegnere. Tutto quello che avevo studiato mi appassionava moltissimo ma la parola design, senza sapere cosa fosse in realtà, mi faceva sentire 'le farfalle nello stomaco'. Quindi, subito dopo la laurea, cercando di non dare troppo peso all’opinione di chi mi diceva che stavo buttando via anni di duro lavoro, ho deciso di frequentare un Master in Disegno Industriale che ha aperto la strada ad una prima fondamentale esperienza da industrial designer, presso lo studio di Isao Hosoe, un Ingegnere aerospaziale. Isao non è solo un designer incredibile ma anche uno straordinario filosofo e, soprattutto, per me è stato un maestro.
Una fatica non indifferente passare dal mondo dell’ingegneria – dove certezza, ordine, rigore sono l’ossatura delle tue scelte – a quello del design dove ti devi sporcare le mani mettendo in discussione ogni certezza, ogni regola, per lasciare spazio alla creatività, al rischio.
Il primo progetto a cui ho lavorato consisteva nel redesign di un forno per la Sacmi,
per la cottura di grandi ceramiche. Un 'bestione' di 250 metri, isolato termicamente
e acusticamente, con un sistema di controllo che, grazie a segnali luminosi lungo
il percorso, consentiva di verificare guasti o blocchi in ogni punto del macchinario.  
Il nostro obiettivo era riorganizzare e riprogettare tutti i punti di interazione tra
il lavoratore e la macchina, mettendo l’utente finale al centro di ogni decisione progettuale, affinché tutto fosse funzionale ma anche armonioso, "come le curve
di una donna…", parole di Isao davanti ad un gruppo di ingegneri increduli.
Quel progetto, che avrebbe ricevuto una nomina per il Compasso d’oro, mi ha
permesso di imparare qualcosa che avrei portato con me per sempre: nel progettare un’esperienza, una sedia, uno spazio, una macchina industriale non dobbiamo mai dimenticare di generare senso di meraviglia in chi vivrà quell’esperienza, in chi
si occuperà quella sedia, in chi navigherà quello spazio, in chi userà quella macchina industriale per 12 ore al giorno. Questo magico senso di meraviglia si progetta con
gli strumenti più semplici, e in quella semplicità, i nostri utenti, si ritrovano a sognare, giocare, sorridere, anche solo per un attimo.
Nel frattempo la mia passione per il design della comunicazione cresceva, e nel 2005 decisi di trasferirmi a Londra: volevo imparare l’inglese benissimo ed entrare alla
Central Saint Martins per frequentare il Master Biennale in Communication Design.
La selezione fu durissima ma conseguii l'ammissione ed al secondo anno di Master decisi di specializzarmi in Information Design.

Che cosa è l'Information Design. (Per me).
Ancora non trovo definizione più efficace di quella data da Richard Saul Wurman, fondatore di TED che per primo, trent’anni fa, usò l’espressione information architecture. Nel suo libro "Information Anxiety" scrisse: "Information design is the design of the understanding…" cioè, la progettazione della comprensione: trovare
il giusto equilibrio tra immagini e parole al fine di comunicare con chiarezza informazioni più o meno complesse a chi deve comprenderle e usarle.
Secondo Nathan Shedroff, pioniere dell’Experience Design, la comprensione dovrebbe essere intesa come un processo di trasformazione dei dati in saggezza. I dati, materiale grezzo da cui partiamo per costruire ogni forma di comunicazione, sono il risultato di un processo di scoperta, ricerca e studio ed acquistano un valore informativo se vengono organizzati e presentati al fine di comunicare un messaggio preciso al nostro target audience. Definire quel messaggio richiede una profonda analisi e conoscenza dei contenuti.
All’inizio è come camminare in un labirinto senza avere una idea chiara della trama
che stiamo esplorando ma, nel momento in cui si comincia a lavorare sui dati e ci si addentra nella ricerca, è come se qualcuno ci trascinasse verso l’alto permettendoci
di vedere la struttura del labirinto, di capire le connessioni necessarie ad individuare l’uscita. È allora che identifichiamo il messaggio che vale la pena comunicare, è allora che possiamo sperimentare diversi modi di organizzare i dati al fine di comunicare
quel messaggio.
I dati, organizzati al fine di presentare quel messaggio, sono informazione.
Essa diventa conoscenza nella mente di chi la riceve quando è vissuta attraverso esperienze e storie, animate da una narrativa e da dettagli. Le storie sono ciò che rende l’informazione memorabile. La conoscenza diventa saggezza quando si interiorizza l’informazione a tal punto che possiamo scoprire significati e strutture che nessuno ci ha insegnato, mediante un percorso di introspezione e riflessione.
Credo che l’information Design sia un processo che risiede alla base di ogni forma
di comunicazione. È paragonabile a quel processo che inneschiamo in modo quasi inconsapevole ogni volta che cerchiamo di organizzare i nostri pensieri in parole
per comunicare un determinato messaggio e renderlo chiaro, utile per l’interlocutore.
L’obiettivo di una comunicazione efficace è supportare la comprensione di chi riceve quella informazione. E la comprensione è una moneta preziosissima che possiamo usare per misurare il successo di ciò che progettiamo.
Non dobbiamo andare troppo lontano per capire dove abbiamo bisogno di designer
e professionisti che progettino informazione con cura. Pensiamo a tutti quei documenti che ci passano sotto mano ogni giorno e che non riusciamo ad utilizzare perchè difficili da leggere o navigare. Se vi siete mai persi in un parcheggio incolpando voi stessi per disattenzione e mancanza di senso dell’orientamento - quando in realtà la colpa è del signage system  - avete sperimentato il potere dell’information design. Se avete mai votato per un candidato convinti di stare votando per un altro – su una scheda elettorale che vi ha letteralmente messo in tilt perché nulla nel layout, nei colori, nella tipografia vi ha guidato nel raggiungere il vostro obiettivo – bene allora avete sperimentato il potere dell’information design. Se avete mai  sbagliato ad assumere un medicinale perché il bugiardino vi ha mentito più del solito a causa di un linguaggio incomprensibile, di un carattere illeggibile, di una serie di illustrazioni non chiare, bene allora avete sperimentato il potere dell’information design. Secondo un articolo pubblicato dal Wall Street Journal, nel 2008, in USA, circa 1.9 milioni di persone sono state ricoverate in ospedali per malattie o incidenti causate dall’assunzione scorretta di medicinali, con un incremento del 52% tra il 2004 e il 2008.
L’informazione ha valore solo nel momento in cui può essere compresa e dati che
non sono progettati con cura non sono informazione: anzi generano errori, ritardi, costi addizionali e tanta frustrazione.
Kim Baer, nel suo libro "Information Design Workbook" scrive: "Il Design può confondere, il Design può ingannare, il Design può cambiare il corso della storia". Leggete, a proposito, la storia della scheda elettorale usata in Florida per le elezioni presidenziali del 2000, la Batterfly Ballot. Scoprirete dove è stato commesso l’errore
che è costato ad Al Gore la presidenza. Un errore di design. In quanto comunicatori, abbiamo in mano uno strumento potentissimo. I nostri errori hanno da qualche parte conseguenze importanti, nel bene e nel male, conseguenze di cui dobbiamo essere consapevoli prima di ogni decisione progettuale.
Quando mi si chiede come è che possiamo progettare la comprensione, di solito rispondo con quattro voci.
Scienza cognitiva
Colin Ware nel suo libro "Visual Thinking" scrive che c’è in atto una rivoluzione nella comprensione della percezione umana, rivoluzione che lui chiama active vision.
Per active vision si intende che gli strumenti di graphic design dovrebbero essere considerati strumenti che hanno il potere di migliorare e supportare le nostre facoltà cognitive. Nonostante siamo in grado di formare immagini mentali nella nostra testa,
in realtà le nostre performance migliorano quando queste immagini sono esterne,
nel mondo lì fuori, su carta stampata o sul monitor di un computer. Dunque diagrammi, mappe, infografiche, istruzioni, illustrazioni tecniche hanno il potere di aiutarci a dare risposta a delle domande – visual queries - al fine di riuscire a raggiungere un obiettivo desiderato.
Molto banalmente questo obiettivo potrebbe, ad esempio, consistere nel capire tramite una mappa – facciamo finta di essere turisti in una città che non conosciamo, senza smart phone ma solo con una piccola mappa stampata che abbiamo recuperato nella hall dell’albergo - il tragitto che va da un punto A ad un punto B. Quando siamo alle prese con un compito di questo tipo, non facciamo altro che interrogare la mappa attraverso una serie di domande come ad esempio: dove è che la strada 1 e la strada
2 si incrociano così che io possa raggiungere la meta? Se la mappa non ci permette
di rispondere a questa domanda con efficienza e facciamo fatica a distinguere le strade perché i colori o il testo sono difficili da decifrare, la conseguenza potrebbe essere sbagliare strada, o impiegare il doppio del tempo nel definire il nostro tragitto.
Noi designer dovremmo conoscere almeno le basi dei processi percettivi e cognitivi, poiché sono di fatto ciò da cui dipende la comprensione di quello che comunichiamo. Conoscere il funzionamento del cervello è fondamentale per progettare informazione con efficacia.
Empatia
Nel preciso istante in cui impariamo o capiamo qualcosa, dice Richard Saul Wurman, dimentichiamo cosa vuole dire non sapere e non capire quella cosa. L’empatia,
la facoltà di metterci nei panni dell’altro, ci viene in aiuto al fine di ricordare cosa vuole dire non sapere o non capire. In questo modo possiamo progettare quale sia il modo migliore di guidare il nostro utente per mano, affinché comprenda ed utilizzi l’informazione che vogliamo comunicare e spiegare. La cosa interessante è che, secondo una ricerca condotta da un team italiano di scienziati guidati dal Prof. Giacomo Rizzolatti, la natura umana è dotata di alcuni neuroni chiamati "neuroni specchio" o "neuroni dell’empatia". Secondo questa ricerca l’empatia ha infatti una radice fisiologica ed è questa radice che può aiutarci a sentire cosa vuole dire non sapere o non capire, richiamando una condizione che non appartiene più a noi ma all’audience a cui ci rivolgeremo.
Bellezza
Nel suo libro "Design for the Real World", Victor Papanek scrive che l’estetica è uno degli strumenti più importanti nel nostro kit di designer, è uno strumento che ci aiuta
a modellare forme e colori in entità che hanno il potere di animare, commuovere, meravigliare.
I Greci definivano la bellezza come inseparabile dal bene. Kalòs kai agathòs scrivevano. Ciò che è bene è bello. Ciò che ci aiuta a comprendere può allo stesso tempo intrattenere, soddisfare i nostri sensi. Se la bellezza è conseguenza della chiarezza, essa può senza dubbio essere uno strumento importantissimo nella progettazione della comprensione.
Interesse
Molte delle persone che hanno visto il film Mary Poppins, e ne sono rimaste entusiaste, ricordano la parola: supercalifragilistichespiralidoso. Richard Saul Wurman scrive che bambini che per nulla al mondo riescono a ricordare la capitale dell’Idaho, riescono invece a ricordare ed anche a scrivere correttamente quella parola. E la ragione è che l’interesse può battere ogni legge di memorizzazione ed apprendimento.
La morale di questi quattro punti è che dovremmo progettare in modo olistico, ricordando che la persona per la quale progettiamo è un essere umano, che è importante sapere come funziona il nostro cervello ma anche come funziona il nostro cuore, che è importante ragionare nella bellezza, capire con interesse, imparare
con le emozioni.

Storia numero due. L’invisibile.
Il 12 Giugno 2007 ero al termine del primo anno di Master in Information Design alla Central Saint Martins di Londra ed era il giorno in cui avrei dovuto discutere la mia proposta per il progetto che avrei intrapreso nel secondo anno e che sarebbe durato 12 mesi. Ricordo che ho cominciato a parlare di acqua, non avevo le idee chiare su cosa esattamente avrei fatto, ma ero sicura che era quella la strada. Pochi mesi prima avevo letto le parole pronunciate dal Vice Presidente della World Bank Ismail Seralgedin: "Se le guerre dello scorso secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo futuro verranno combattute per l’acqua". Parole che hanno fatto scattare qualcosa. Dopo la mia presentazione, il Direttore del Master mi disse: "Angela, hai dedicato un anno allo studio dei linguaggi, della tipografia, continua in quella direzione". Ma non ho continuato e ho risposto: "Tutto sotto controllo ragazzi, vi stupirò con qualcosa di straordinario". Sapevo infatti che avrei scoperto qualcosa di straordinario degno di essere comunicato con chiarezza, funzionalità, bellezza. E qualcosa di straordinario c’era. Ma era invisibile. Scoprii infatti l’invisibile mentre studiavo il World Water Development Report pubblicato dalle Nazioni Unite. A pagina 392 leggevo: "Il commercio internazionale di prodotti significa vasti flussi di acqua virtuale che si spostano su distanze immense, dove l’acqua virtuale si intende come il volume di acqua necessario a produrre quei prodotti".Mi ritrovai in un territorio dove si tentava di quantificare l’acqua, ma quella invisibile, quella usata per realizzare tutto ciò che mangiamo, compriamo, vendiamo, indossiamo, ogni giorno. Di lì a poco avrei capito che quella quantità è astronomica. Nel 2007, quando il Water Footprint Network muoveva i suoi primi passi, di questi dati si sapeva poco o nulla. Il messaggio era chiaro e le mappe finali dovevano comunicarlo con chiarezza: il 92% per cento dell’acqua che usiamo è nascosto nel cibo che produciamo, mangiamo e… sprechiamo. Individuare il giusto modo di organizzare i dati mi ha aiutato a tradurli in informazione. L’impresa di creare un libro di 900 pagine che contenesse tutto quello che avevo studiato sin dall’inizio della mia ricerca è stata una impresa che il professor Tony Allan definì ‘folle’.  Nel 2009 il progetto ha ricevuto una Nomination per Outstanding Work all’AIGA:INDEX Aspen Design Challenge, "Designing Water Future", e questo non mi ha fatto diventare una designer ricca e di successo, no, ma mi ha fatto capire fin dove ci riusciamo a spingere quando siamo animati da passione ed amore, mi ha fatto vedere che quella passione gli altri la percepiscono, la sentono. In quell’innamorarci di una causa e nell’usare tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro talento per comunicarla un designer può avere una importanza immensa, perché comunicare con chiarezza può essere vitale affinché ci sia comprensione. E con la volontà, la comprensione può essere il primo gradino verso il cambiamento.
Un progetto di un anno completato come tesi di master è diventato una sorta di missione, convinta che quello che io avevo scoperto dovesse entrare nella vita di tutti. Il continuo dialogo con gli scienziati del Water Footprint Network e con il professor Tony Allan mi ha reso consapevole del ruolo potente che un designer può avere nella comunicazione di ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto in report scientifici. Ascoltare chi i dati li produce è di vitale importanza per ogni singola scelta di design, anche la più piccola. Non c’è successo senza collaborazione. Quello che sto imparando è che il buon Design risiede in un approccio sistemico, non solamente nell’abilità del designer di utilizzare magistralmente typografia e colori, griglie e principi visuali. Risiede nell’abilità del designer di empatizzare con gli essere umani e con la natura, trovando la forza di una dedizione instancabile nella lotta per giuste cause. Risiede nelle nostre azioni e nella nostra passione, risiede nelle nostre convinzioni e nella nostra attitudine nei confronti della vita. È una questione di creatività, ma prima di tutto di integrità. È una questione di bellezza, ma soprattutto di responsabilità. Siamo cittadini, poi designer. La nostra professione non può prescindere dal nostro ruolo politico e sociale.
Nella convinzione che il Pianeta Terra dipende da un equilibrio nel quale ogni essere vivente ha un insostituibile ruolo da svolgere, essere designer porta con sé una grossa responsabilità ed una missione: facilitare la comprensione, dove la comprensione può contribuire al cambiamento di abitudini e leggi; accrescere la consapevolezza, dove essa è essenziale al fine di affrontare questioni di cui non tutti possiamo essere testimoni con i nostri occhi; creare nuove opportunità professionali, dove tali opportunità possano salvare vite umane, proteggere la natura, migliorare la qualità della vita.


Biografia
Information Designer nominata Young Global Leader 2012 dal World Economic Forum per la sua dedizione nel diffondere il concetto di Acqua Virtuale. Dopo una Laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano ha frequentato un Master in Disegno Industriale. Nel 2005 si trasferisce a Londra dove completa un Master in Communication Design alla Central Saint Martins specializzandosi in Information Design. Crede nell'importanza di comunicare la scienza e nel potere dell'Information Design come strumento che possa garantire una comunicazione chiara, efficace ed entusiasmante. Crede che generare cambiamento non sia una missione facile, ma è di certo un processo reso possibile dalla comprensione di un problema, da consapevolezza e riflessione. La comprensione precede l'azione. Il design ha un ruolo vitale ed insostituibile al fine di agevolare quel processo.
Al momento il suo quartier generale è Oslo dove collabora con il Knowledge Centre per migliorare la comunicazione dell'informazione scientifica per dottori e pazienti.
È Associate Lecturer alla Central Staint Martins di Londra e regolare speaker a conferenze internazionali su design e comunicazione.
Il suo lavoro, ora più che mai, vuol essere un contributo concreto anche per l’Italia.


Bibliografia
Richard Saul Wurman, Information Anxiety [Bantam – Agosto 1990]
Kim Baer, Information Design Workbook [Rockport Publishers – Febbraio 2010]
Colin Ware, Visual Thinking [Morgan Kaufmann – Aprile 2008]


Inserito da aiapzine | 17.09.12 | commenti (1) | Information Design | stampa




commenti:

  Molto brava, non a caso ha una formazione da ingegnere, che dopo quella in fisica e matematica è la migliore formazione in Italia.
Riguardo al termine \"information design\", ho forti dubbi: il concetto di information contiene già il design. Chiamarlo information design comporta una distinzione tra quello che è il contenuto e quello che è il suo \"impacchettamento\". Al contrario \"informare\", implica il dare forma, chi da forma partecipa alla definizione del contenuto e chi elabora il contenuto lo fa dandogli una forma.

LP il 25 set 12 alle 08:34



invia un commento
 
NOTIZIE DA AIAP
apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

apri

 

AiapZine
periodico online
Milano
1/2011
ISSN: 2039-9901


Aiap

associazione italiana design della comunicazione visiva

Ultimi commenti


Cerca



Archivi


Notifica



 
Per Cancellarti clicca qui.