OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DI DESIGN / INTERNATIONAL DESIGN OBSERVATORY
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Reportage: La 26ª Biennale di Brno

[text] Francesca Battiato, Italy / [images] Francesca Battiato, Italy

Il 19 giugno si è aperta a Brno (Repubblica Ceca) la 26ª Biennale Internazionale della Grafica, dedicata quest’anno al tema della formazione nel campo della comunicazione visiva.

—Introduzione
La relativa voce di Wikipedia inglese annovera tra i festival qui ospitati il Cinema Mundi, il Theatre World, il Summer Shakespeare Festival, l’International Music Festival, lo Špilberk International Music Festival, l’Ignis Brunensis dedicato ai fuochi d’artificio e lo Slavnosti Vína che celebra la vendemmia alla fine dell’estate. La Biennale Internazionale della Grafica di Brno fa evidentemente parte di quei “molti altri” festival, poco conosciuti se non tra gli addetti ai lavori, che si svolgono nel capoluogo della Moravia meridionale.
Fondata da Jan Rajlich (padre) e Jiří Hlušička nel 1963, per oltre cinquant’anni la Biennale di Brno è stata un punto di riferimento del settore con una forte vocazione internazionale, ospitando luminari come Saul Bass, Wim Crouwel, Alan Fletcher, Milton Glaser, Herb Lubalin, accanto a celebrità nazionali come Ladislav Sutnar e Josef Týfa, giusto per citarne alcuni.
La città di Brno, il cui logo disegnato da Věra Marešová ha vinto nel 2005 il Premio Nazionale per il Design, merita di essere visitata anche per la cattedrale neogotica dei Santi Pietro e Paolo rappresentata sulla moneta da 10 corone ceche, per la gelida fortezza dello Špilberk che Silvio Pellico descrisse nel libro di memorie Le mie prigioni, e per Villa Tugendhat, progettata da Ludwig Mies van der Rohe e dichiarata Patrimonio dell’umanità UNESCO nel 2002.

—Paragrafo dall’ironia criptica
Più famosa, da noi, per il circuito motociclistico di Masaryk che per l’omonima università, dedicati al fondatore della Cecoslovacchia Tomáš Garrigue Masaryk, [1] Brno è la seconda città della Repubblica Ceca per grandezza e popolazione. Ha dato i natali a una giraffina dello zoo che ha recentemente fatto salire la città agli onori della cronaca, ma anche al più celebre scrittore ceco vivente (Milan Kundera), al più noto compositore moravo (Leoš Janáček), al frate agostiniano considerato il padre della genetica (Gregor Mendel), al chiacchierato architetto autore di Ornamento e delitto (Adolf Loos) e a molte altre importanti personalità ceche e austriache, tra le quali, giacché si parla di comunicazione visiva, vale la pena ricordare la prima donna graphic novelist (Helena Bochořáková-Dittrichová) e uno dei fondatori della Secessione viennese (Alfred Roller).

—Curatela
Fin dal 1963 la Biennale ha setacciato l’eccellenza nella grafica non soltanto locale ed europea, ma di tutto il mondo, dimostrandosi una finestra di approfondimento tutt’altro che provinciale.
L’approccio dei curatori di quest’edizione Radim Peško, Adam Macháček e Tomáš Celizna ha dell’innovativo nella scelta di affidare parte dell’organizzazione (rassegne, workshop, pubblicazioni) alla cura di giovani designer neolaureati o ancora studenti, nel formato dell’assignment. Una logica che cavalca l’onda del recente—si fa per dire—interesse per tutto quanto concerne la formazione e la didattica, questioni che hanno assunto nuova rilevanza specialmente dal 2008 in poi, anche alla luce di numerose proteste studentesche, di una generalizzata riduzione dei fondi per l’educazione, dell’ambigua diffusione delle scuole autogestite. [2]
L’ambizione dei curatori è stata quella di “mappare il tema, esplorare la varietà di scuole e approcci didattici, [...] con la speranza di catturare, in un certo senso, l’immagine dello stato attuale della grafica.” [3] All’interno di un palinsesto di mostre, conferenze e laboratori dedicati al tema dell’istruzione, è stata importante la decisione di consacrare l’International Exhibition esclusivamente a progetti di studenti, completati negli anni 2010‒2013.
L’identità visiva della Biennale di quest’anno è permeata di allusioni all’ambiente scolastico: la caratteristica B allungata diventa una graffetta, forme geometriche colorate codificano i vari appuntamenti—cerchio magenta per le conferenze, triangolo giallo per l’International Exhibition, esagono azzurro per le due retrospettive principali, e così via—, l’allestimento reinterpreta alcuni pezzi di arredamento scolastico disegnati appositamente dai docenti, come gli sgabelli di Max Bill per la HG di Ulm, i tavoli di Wolfgang Weingart per la HGK di Basilea o quelli di Karel Martens per la Werkplaats Typografie di Arnhem.

Biennial News
Come ogni anno la Biennale è integrata da alcune pubblicazioni che registrano, commentano e ampliano l’evento. Le Biennial News [4] agiscono come un efficace strumento di orientamento sottoforma di giornale gratuito bilingue, in inglese e ceco. Oltre alle informazioni di base, a una mappa e alla lista delle attività in programma illustrate da brevi abstract, questo vero e proprio vademecum della Biennale contiene una serie di interviste ai protagonisti fatte per l’occasione, corredate da agili biografie.
Pur nella forma ridotta, le domande dei curatori e di Kateřina Přidalová sono utili a chiarire le motivazioni e a rivelare i retroscena degli interventi, collocandoli in determinati contesti culturali e professionali. Forse ancor più del catalogo, questa piccola pubblicazione fotografa la gamma dei diversi possibili approcci all’insegnamento—frutto di interpretazioni divergenti del proprio ruolo, molteplici background, divari generazionali—dall’autogestione comunitaria e anti-accademica delle højskoler danesi, alla proliferazione dei workshop estivi a pagamento, dalla “violenza pedagogica” [5] di Vladimír Kokolia e dall’atteggiamento di sfida degli Åbäke, al tradizionalismo scettico di Rostislav Vaněk che avverte: “Penso che dirigere un corso presentandosi una volta a settimana dalle 10 alle 12, credendo di cavarsela grazie al proprio fascino e a un’idea brillante, sia molto sfacciato. Una scuola del genere diventa un’istituzione autodidattica. Non mi piacerebbe essere operato da un chirurgo educato in un modo simile. [...] Io enfatizzo sempre il concetto di responsabilità. Ci sono pochi grafici istruiti ed è loro obbligo lavorare nel rispetto dell’utente per il quale il poster, il logo o l’immagine sono progettati. Un poster incomprensibile non è figo, riflette soltanto l’ego incontrollato dell’autore. Dal punto di vista del pubblico, il mio lavoro non rappresenta me stesso ma il mio cliente, così come un libro rappresenta lo scrittore, non le ragioni o l’umore del grafico. È questa la differenza tra il nostro lavoro e l’arte. [...] Ora non si parla più della professione ma di cosa sia più progressista, cosa inventiamo di nuovo, come infrangiamo le barriere e quanto siamo originali. Non è un atteggiamento sbagliato finché si è a scuola. Comunque è sorprendente quanto siano simili tra loro questi progetti progressisti, come siano copiati i metodi e come sia nata la vuota avanguardia mainstream.” [6] Un pezzo che conveniva riportare per intero, con tutto il suo carico di allusioni e provocazioni che un quasi settantenne professor Vaněk alle soglie del pensionamento—“per lasciare spazio ai colleghi più giovani”—può permettersi.

—Catalogo e Off-White Paper
Graphic Design, Education & Schools è il sottotitolo del catalogo della Biennale [7] edito dalla Moravská galerie, progettato dai neolaureati Johannes Breyer e Fabian Harb con i curatori. La copertina verde-acqua, che richiama alla mente le pareti delle aule o il colore dei banchi di scuola, sottolinea tale riferimento con una custodia in plastica trasparente, di quelle che si usavano per non rovinare i testi scolastici. Il formato ampio invita a una lettura diligente e, se si esclude qualche molesto refuso e qualche inesattezza giustificati dall’immaginabile tour de force, ne vale la pena.
Ai lavori degli studenti selezionati per l’International Exhibition è dato un certo risalto, con una prima parte del libro organizzata in forma di lista alfabetica ripartita per nazioni. Di ogni progetto esposto sono annotati il nome della scuola, la tipologia, i docenti di riferimento, l’anno di completamento e una concisa spiegazione scritta dal rispettivo autore. Le piccole fotografie in bianco e nero scorrono separatamente, ma non trovandosi sempre le informazioni corrispondenti nella stessa doppia pagina, l’operazione risulta un po’ farraginosa. Va notato anche che nelle didascalie è indicato soltanto il nome dello studente che ha materialmente inviato il lavoro alla Biennale, ma non quelli dei suoi eventuali compagni di gruppo. Gli studenti ricompaiono alla fine del catalogo, con una lista di recapiti e autoritratti disegnati al computer che meriterebbero un’analisi estetica-psicologica a parte.
Al primo capitolo del catalogo, che ripropone fedelmente l’International Exhibition, segue una breve intervista ai selezionatori, da apprezzare per la trasparenza. I docenti membri della giuria lamentano la scarsa diversificazione delle candidature ricevute, soprattutto libri e poster, a fronte di pochi esempi di copertine di dischi, siti internet o caratteri tipografici. Emerge l’annosa questione del come e perché esibire dei lavori di grafica pensati per (funzionanti in) contesti del tutto estranei al museo e nello specifico culturalmente lontani dalla nazione ospitante fino all’incomprensibilità. Joris Kritis ammette: “Tra tutte le candidature, abbiamo selezionato soprattutto ciò che abbiamo capito. Se qualcosa non era comprensibile, non è stata selezionata.” [8] Si spiega così in parte, forse, la massiccia presenza di progetti in lingua inglese e ceca, laddove i paesi del Sud Europa, America Latina, Africa e Medioriente sono invece scarsamente o per nulla rappresentati—tre soli i progetti italiani selezionati su 63 proposte, tutti e tre in inglese. Naturalmente i numeri riflettono anche la quantità delle candidature ricevute, per cui i paesi che hanno partecipato con più entusiasmo (Repubblica Ceca, Stati Uniti, Olanda, Germania) sono quelli che hanno avuto più probabilità di successo.
È interessante figurarsi i meccanismi della selezione osservando i diagrammi circolari qui mostrati. Si deduce così dall’exploit di Svizzera, Estonia, Francia, Belgio e Corea del Sud che, benché le candidature pervenute fossero poche, per la giuria gran parte di queste dev’essere stata qualitativamente superiore, ad esempio, a quelle di Stati Uniti, Cina, Polonia, Italia, Ungheria, che in percentuale hanno riscosso molto meno consenso. Un altro aspetto da notare è la scarsa partecipazione di studenti dal Regno Unito, con soltanto 29 proposte dalle decine di scuole di grafica lì concentrate. Debole o nulla la partecipazione da Canada, Australia, Spagna e Giappone.
La maggior parte dei 229 studenti selezionati su 867 [9] ha tra i 22 e i 29 anni, con una leggera prevalenza dei nati nel biennio 1989‒1990. Considerando che i progetti accettati includono soltanto quelli completati tra il 2010 e il 2013 in contesti scolastici, incuriosisce la presenza di candidati di 19 come pure di 37 anni e oltre.
Concepita da Sulki & Min Choi come una “lettura visiva” della Biennale, [10] la pubblicazione Off-White Paper raccoglie una mole di dati statistici riguardanti i designer che hanno esposto il proprio lavoro alla Biennale nelle ultime cinque edizioni, suddivisi per nazionalità, genere, età e scuola di provenienza. Il libretto e la relativa mostra presentano una serie di tavole pittografiche che costituiscono un’indagine quantitativa sui loro percorsi formativi: di ogni scuola possiamo vedere il numero di docenti, la durata dei corsi, le fonti di finanziamento, eccetera. Nel decennio di riferimento risultano chiare soprattutto una tendenza a spostarsi dal proprio luogo di nascita e una confluenza cosmopolita in alcune scuole fortemente attrattive.
Ma tornando al catalogo, il suo punto di forza sta nel rendere intellegibile la Biennale attraverso interviste e commenti, con una gradevole traduzione editoriale degli eventi organizzati, ottenuta attraverso variazioni nell’impaginato e nella carta che ne riprendono i colori e l’impostazione grafica. Particolarmente interessanti il saggio dell’artista Céline Condorelli sullo studiolo di San Girolamo [11] che introduce la mostra The Study Room, come pure quello di Lada Hubatová-Vacková e Iva Knobloch sulle scuole di grafica ceche degli anni 1870‒1945 [12] riferito alla retrospettiva di Rostislav Vaněk.
L’ottimistica introduzione dei curatori ci spiega: “Crediamo che il pubblico dei non addetti ai lavori sarà coinvolto da questo punto di vista sulla grafica, osservata attraverso il prisma delle scuole, della formazione, dell’ambiente di studio e dei compiti [assignments], cioè cose che ci riguardano tutti qualsiasi lavoro facciamo. Perciò speriamo che almeno alcuni elementi della Biennale di quest’anno contribuiranno a una maggiore comprensione generale del ruolo della grafica, e che ispireranno tutte le persone che non siano indifferenti al mondo che ci circonda.” [13]

—Reality check
Un video di Bedřichovice News, [14] realizzato da un gruppo di ragazzi nei giorni precedenti all’inaugurazione della Biennale, conferma invece il totale disinteresse della cittadinanza verso questo prestigioso appuntamento internazionale, sebbene esso richiami ogni due anni turisti da tutte le parti del globo. Il montaggio delle interviste ai protagonisti dell’evento e ad ignari passanti nelle vie di Brno è stato proiettato a conclusione di tre giorni di conferenze tenutesi al cinema Scala dal 20 al 22 giugno, regalando agli spettatori un comico tuffo nella realtà ma anche un commento spietatamente ironico sul mondo visto dagli occhi dei bambini.
 
—Biennial Talks e mostre
Il grafico inglese, co-direttore di Eastside Projects [15] e fondatore della School for Design Fiction [16] James Langdon, chiamato a fare da moderatore al simposio, come un filtro di contrasto è riuscito a mettere a fuoco alcuni temi presentando gli ospiti, ponendo domande e agevolandone altre da parte del pubblico al termine di ogni conferenza.
Dopo una breve apparizione di Jan Press, direttore della Moravská galerie, sede della Biennale, e una introduzione dei curatori, gli ospiti si sono avvicendati sul palco al ritmo di quattro talk quotidiani.
Il primo giorno Radana Lencová ha raccontato la progettazione del Comenia Script, un sistema già adottato in diverse scuole ceche che facilita l’apprendimento della scrittura attraverso la semplificazione delle lettere, una forte associazione visiva di ogni lettera con un’immagine, [17] materiali didattici ad hoc e l’invito a una diversa attitudine all’insegnamento, ad esempio con l’utilizzo di colori diversi dal rosso per correggere i compiti e altri stratagemmi volti a non scoraggiare l’alunno.
Barbara Steiner, ex direttrice della Galerie für Zeitgenössische Kunst di Lipsia, curatrice e fondatrice del premio INFORM, [18] ha proposto una riflessione sul rapporto tra arte e grafica, due ambiti che “si vanno sempre più avvicinando almeno per quanto riguarda gli approcci concettuali e critici” [19] e la cui separazione disciplinare è semmai rimpiazzata da un divide economico.
All’icona del design ceco Rostislav Vaněk è dedicata una retrospettiva che riassume cinquant’anni di attività. Durante la conferenza ha mostrato alcuni dei suoi progetti più famosi, come quelli per le Czech Airlines, per la metropolitana di Praga, poster per le passate edizioni della Biennale di Brno, progetti per committenti nel mondo del teatro e della musica, anche alcuni interessanti lavori risalenti agli anni della formazione. Come Vaněk ricorda: “A quei tempi la cosa più importante era la manualità. Un grafico doveva disegnare il suo progetto in dimensioni reali, in tempera su carta patinata da 200 grammi con uno stile convincente, affinché il cliente lo accettasse. [...] Ogni proposta doveva essere disegnata in inchiostro di china e con colori specifici. Questo processo minuzioso costringeva i grafici a pensare di più a cosa produrre. C’erano più schizzi preparativi, più discussioni, e le bozze venivano lasciate ‘maturare’ per un giorno o due. Dal punto di vista di oggi, all’epoca era tutto molto lento.” [20] Eppure molti dei progetti di Vaněk in mostra, persino quelli degli anni da studente, sono incredibilmente attuali anche nel trattamento dell’immagine: sfumature, ombre, sovrastampe, deformazioni, supporti speciali come quello del poster su foglio specchiante—comprato in Italia!—per una pièce teatrale di Samuel Beckett nel 1970.
Ma il primo vero momento di meraviglia—almeno per chi non aveva mai assistito a niente di simile—è stata la performance di Maki Suzuki del collettivo Åbäke. Nella sua stravagante conferenza sulle conferenze Suzuki ha rappresentato il (e non soltanto parlato del) suo approccio al design: metaprogettuale e ludico, ma anche provocatorio. L’intervento, impossibile da condensare in poche parole, si è concluso, dopo che centinaia di telefonini hanno iniziato a suonare la sveglia contemporaneamente nel buio della sala, con una domanda al pubblico: “Che cosa vi aspettate da una conferenza?”
Nina Paim, Emilia Bergmark e Corinne Gisel hanno avviato il secondo giorno di talks, presentando il loro lavoro di raccolta di assignments, esposto nella mostra Taking a Line for a Walk. Il vocabolo inglese assignment non è facile da tradurre: non si può rendere né con “compito” né con “incarico” perché non si riferiscono all’ambito universitario, semmai scolastico e lavorativo; non sembrano adatte neppure “esercitazione”, “progetto”  e “lavoro” per via del doppio significato, sebbene siano usate comunemente in modo metonimico; la traduzione letterale “assegnamento” nella pratica non viene mai utilizzata, ma esprimerebbe al meglio l’atto e il mezzo dell’assegnare, nonché quella certa sfumatura di fiducia che l’assegnante ripone nell’assegnatario, l’insegnante nell’allievo. Il docente si fa autore [21] nel momento in cui scrive un assignment, esprimendo attraverso il linguaggio, direttamente o indirettamente, la propria concezione del design. “Ogni cosa che diciamo / produciamo / facciamo è la continuazione di qualcosa che è già stato detto / prodotto / fatto prima. [...] Nessuno è ‘madre’ o ‘padre’ della propria espressione artistica, ma tutti progettiamo interpretando qualcosa che già esiste.” [22] Taking a Line for a Walk raccoglie materiali di diverse nazioni ed epoche, in un allestimento che gioca con la dimensione allorché i poster-foglietti degli assignments sono affissi con enormi spilli nelle stanze del Palazzo Pražák.
Lo storico dell’arte e architetto danese Kurt Finsten ha raccontato la sua esperienza come direttore della Krabbesholm Højskole. Il particolare modello delle højskoler, fenomeno iniziato nel 1844 che comprende al momento circa 70 scuole in Danimarca, si pone come antitesi e alternativa a quello gerarchico delle accademie. Inizialmente rivolte agli emarginati e alla classe contadina, le højskoler sono ancora oggi un esperimento sociale—alla modica cifra di 170-250 euro a settimana—nel quale professori e studenti vivono, studiano, mangiano, discutono, si divertono insieme.
I coreani Sulki & Min Choi hanno dato conto della pubblicazione Off-White Paper da loro progettata, la meticolosa esposizione di dati inerenti le ultime cinque Biennali, della quale si è parlato sopra.
Il curatore svizzero Moritz Küng ha poi condotto l’ultimo talk con il duo olandese Mevis & Van Deursen, [23] vincitori del Grand Prix Award alla precedente Biennale. Quando hanno ricevuto l’invito a organizzare una mostra dei propri lavori per l’edizione 2014, raccontano Mevis & Van Deursen, ci hanno “pensato su per un bel po’, decidendo alla fine di affidare l’incarico a qualcun altro.” [24] Decidere come e che cosa mostrare della propria pratica professionale è con ogni probabilità uno degli enigmi più difficili da risolvere per un grafico, ma “Moritz, che è un curatore fantastico, molto franco e diretto nel suo lavoro, anticonvenzionale nel modo di pensare, [...] ci ha risposto nel giro di due ore con una proposta perfettamente strutturata.” [25] Dagli anni Ottanta a oggi i due grafici hanno collaborato con Moritz Küng in numerose occasioni, per la progettazione di mostre, cataloghi e libri d’artista. La retrospettiva Our Art—“la nostra arte” o anche “l’arte dal nostro punto di vista”, “i nostri progetti che hanno avuto a che fare con l’arte” [26]—colleziona alcuni dei lavori più recenti, come quelli per lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Guggenheim e il MoMA di New York. Non soltanto poster e cataloghi, ma anche segnaletica, buste postali, sacchetti di plastica, riviste, libri d’artista, tutti incorniciati e accompagnati da etichette fuori misura. Agendo come un riferimento ironico alla particolare clientela dei progetti e al tempo stesso interrogando il concetto di esposizione, [27] “le informazioni contenute nelle didascalie (collaboratori, dimensioni, carta, grammatura, font, metodo di stampa, tiratura, ecc.) diventano il vero oggetto della mostra: il lavoro del grafico.” [28]
La terza giornata dei Biennial Talks ha visto la partecipazione di Tom Vandeputte, [29] che ha monopolizzato la mattina parlando del fenomeno delle proteste studentesche e della crisi del modello dell’accademia con riferimento al libro Contestations edito insieme a Tim Ivison, di recente pubblicazione per Bedford Press. [30]
L’artista belga Koenraad Dedobbeleer, ha spiegato la sua concezione del passato come costrutto contemporaneo. “La storia di un certo periodo oggi non è la stessa che era vent’anni fa. Quando ho fatto questa piccola ‘scoperta’ mi sono preso la libertà di cambiare il mio punto di vista su determinate cose più e più volte. Non che intenda riscrivere certi eventi, piuttosto voglio provare quanto può essere flessibile la loro lettura.” E per quanto riguarda la grafica, “uno può entrare in questo settore senza saperne realmente niente,” da autodidatta. “Per questo motivo ammiro molto quel che hanno prodotto come grafici El Lissitzky, Alexander Rodchenko, Kurt Schwitters e Max Bill. Anche se ‘veri’ designer come Jan Tschichold, Herbert Bayer o Richard Hollis sono non meno fantastici. [...] Le loro qualità e i loro risultati sono andati perduti, sostituiti dalle aspirazioni molto più pretenziose di una nuova generazione molto meno dotata.” [31]
Fraser Muggeridge, organizzatore della Typography Summer School, [32] docente a Reading e al Camberwell College di Londra, ha spiegato a un attento uditorio quali sono le insidie dei sottotitoli e delle note a piè di pagina, mostrando come esempi di applicazione alcuni suoi lavori.
Il professor Vladimír Kokolia, “pittore,” “ex frontman della band rock E” e “praticante di tai-chi Chen da oltre venticinque anni,” [33] ha concluso il simposio. Kokolia è direttore del corso di Arte Grafica II dal 1992 e vice-rettore all’Accademia di Belle Arti di Praga. La personalità sui generis tutt’altro che autoritaria, un’aura carismatica che elude la barriera del linguaggio, [34] influenza anche il suo approccio didattico teso a ispirare gli allievi e accompagnarli con un atteggiamento empatico e aperto, caso per caso. “Non esiste una formula valida in generale, ma potrebbero esserci piccole formule per ogni situazione concreta.” [35] Il corso da lui diretto ha pubblicato di recente un proprio vocabolario, The Dictionary of Graphic Art II, dove sono “spiegati in modo molto insolito termini come originalità, colore, tendenze contemporanee, arte, forma, ecc.” [36] Un distillato dei dibattiti sorti all’interno del dipartimento tra gli studenti e il professore, ma anche un patrimonio di vocaboli che sono poi diventati quasi tabù, stimolando la ricerca di parole più appropriate. Kokolia è un artista, ma qui sembra corretto proporre un’ulteriore riflessione sul rapporto tra le diverse accezioni delle parole “grafica” e “design”—questione peraltro particolarmente sentita in Italia anche per una certa disattenzione da parte del legislatore, basti pensare alla confusione delle classi di concorso per l’insegnamento.
Nonostante il costo non proprio simbolico [37] e la non sempre agevole traduzione simultanea dal ceco—che per esempio non è riuscita a rendere in inglese il simpatico intervento di Vladimír Kokolia—l’affluenza alle conferenze in media è stata buona.

OFF Program
Una novità interessante rispetto alle precedenti edizioni della Biennale è costituita da un intenso programma di eventi collaterali riuniti sotto il nome di OFF Program e affidati, attraverso una call for submissions, a studenti e insegnanti di tutto il mondo. Divisi in due sessioni, estiva e autunnale, corrispondenti all’apertura e alla chiusura della Biennale, i progetti ricevuti comprendono conferenze, talk, presentazioni di libri, laboratori, mostre e attività miste come la Parallel School che ha appena aperto il bando per settembre e i tre workshop di Medium: Education, organizzati dal gruppo The Rodina, che si sono svolti il 18‒19 giugno con Roosje Klap, Niels Schrader (Mind Design), Luna Maurer & Roel Wouters (Moniker), Marcin Nowicki & Katarzyna Nestorowicz (Noviki).

Premi
La giuria internazionale, composta da Barbara Steiner, Maki Suzuki e Radana Lencová, ha deciso di non assegnare il Grand Prix Award, tradizionalmente destinato a consacrare la carriera di designer già affermati e giudicato dunque non adatto a premiare il lavoro di uno studente. Sono stati nominati invece Emma Olanders (Svezia) per l’International Jury Award, Werkplaats Typografie (Olanda) per la Menzione d’Onore, Daisuke Kashiwa (Giappone) per il premio del Sindaco di Brno, Pavla Nešverová (Repubblica Ceca) per il Czech Centres Award.

—Mostre
Oltre alle mostre già menzionate—la International Exhibition, la retrospettiva di Rostislav Vaněk, Our Art di Mevis & Van Deursen con Moritz Küng, Taking a Line for a Walk di Nina Paim con Emilia Bergmark e Corinne Gisel, Off-White Paper di Sulki & Min Choi, le numerose iniziative del programma OFF—sarà possibile visitare From A to B to C, intervento del grafico e illustratore Rudy Guedj che prende spunto dall’ABC (Accademia Bauhaus Contemporaneo) di Thierry de Duve [38] sulla storia dell’insegnamento della grafica.
Infine The Study Room, a cura di Elisabeth Klement & Pieter Verbeke, [39] esplora il tema dello studio nel doppio significato di apprendimento attraverso i libri e stanza adibita allo scopo, invitando sei studiosi [40] a condividere delle liste di testi che andranno a formare un fondo sul graphic design nella biblioteca della Moravská galerie. Un’operazione simile, ad esempio, a quella di Spin/2. 50 Reading Lists (Unit Editions, 2006) unita però all’azione concreta di raccolta, e non ripetitiva nella scelta delle pubblicazioni. I libri sono esibiti su scrivanie e scaffali da progetti di Enzo Mari. [41]
La Moravská galerie (Galleria Morava) ospiterà la Biennale fino a 26 ottobre nelle tre sedi dell’Uměleckoprůmyslové muzeum (Museo d’Arti Applicate, in Husova 14), del Pražákův palác (Palazzo Pražák, in Husova 18) e del Místodržitelský palác (Palazzo del Governatore, in Moravské náměstí 1/a).


26ª Biennale Internazionale della Grafica di Brno
Fino al 26 ottobre 2014
www.bienalebrno.org
www.facebook.com/bienalebrno



—Note
[1] Tomáš Garrigue Masaryk fu un tipo interessantissimo, filosofo, che nel 1878 prese il cognome della moglie, la musicologa americana Charlotte Garrigue, condividendo la sua lotta per l’emancipazione femminile; un anno dopo ottenne l’abilitazione all’insegnamento con una tesi sul suicidio; e allo scoppio della prima guerra mondiale, scegliendo l’esilio, visse in Italia fino al 1915, tre anni prima di essere eletto primo presidente della Repubblica cecoslovacca, resasi indipendente in seguito al dissolvimento dell’impero austro-ungarico.
[2] Bisognerebbe approfondire, senza pregiudizi, l’argomento delle esperienze didattiche non accademiche nelle varie declinazioni, dai gruppi di studio informali ai workshop da centinaia di euro gestiti da ventisettenni. Sull’argomento cfr. Tim Ivison, Tom Vandeputte (a cura di), Contestations: Learning from Critical Experiments in Education, London, Bedford Press, 2013.
[3] Radim Peško, Adam Macháček, Tomáš Celizna, in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 5.
[4] Di cui sarà distribuita una seconda versione aggiornata a settembre.
[5] Intervista a Vladimír Kokolia, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 10.
[6] Intervista a Rostislav Vaněk, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 20.
[7] 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014. 248 pagine. ISBN 978-80-7027-274-9.
[8] Intervista ai selezionatori per l’International Exhibition. Johannes Breyer e Fabian Harb, The Jury and the Schnitzel in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 84.
[9] Non è chiaro se i dati prendono in considerazione tutti i membri di un gruppo di lavoro o soltanto lo studente che ha materialmente inviato il lavoro alla Biennale.
[10] Sulki & Min Choi, Off-White Paper. On the Brno Biennial and Education in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 90.
[11] Céline Condorelli, Revisions in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, pp. 145-160.
[12] Lada Hubatová-Vacková, Iva Knobloch, From Ornamental Drawing to “Photo-Typo” and Illuminated Advertisements. The birth, scope and metamorphoses of the identity of graphic design in the Czech school system, ca 1870‒1945 in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, pp. 209-224.
[13] Radim Peško, Adam Macháček, Tomáš Celizna, in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 5.
[14] Parte del progetto Bedřichovice upon Thames dell’artista Kateřina Šedá, Bedřichovice News è un’agenzia di stampa gestita da bambini, per un anno, a partire dal 5 settembre 2013.
[15] Eastside Projects è una galleria di Birmingham organizzata da artisti e diretta da Simon Bloor, Tom Bloor, Ruth Claxton, Céline Condorelli, James Langdon, Gavin Wade.
[16] La School for Design Fiction è una scuola itinerante fondata da James Langdon nel 2013, finora apparsa sottoforma di workshop a Lipsia, Londra, Ravenna e Stoccolma. La scuola offre “un punto di vista alternativo sul design basato sullo storytelling, sulla manipolazione del potenziale narrativo degli oggetti comuni in analogia con i processi del design.” (Intervista a James Langdon, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 12).
[17] Ad ogni lettera è associata una parola che non soltanto la contiene come iniziale, ma la interpreta figurativamente, ad esempio la A è un angelo a forma di A, la S una strada curvilinea, e via dicendo. Le Comenia Pictures esistono anche in lingua slovacca e l’autrice ne sta progettando una versione inglese.
[18] L’INFORM Award for Conceptual Design è un premio fondato nel 2007 da Barbara Steiner e Markus Dreßen. Il riconoscimento, che consiste in una somma di 5000 euro donata da Arend Oetker e in una mostra personale, viene assegnato ogni anno a un grafico “la cui pratica sfidi o metta in questione i tradizionali confini tra grafica e arte, e che si rapporti criticamente alle tradizioni e convenzioni della disciplina.” (Intervista a Barbara Steiner, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 18). Finora è stato conferito a Laurent Brenner, Julia Born, Rebecca Stephany, Zak Kyes, Urs Lehni, James Langdon, Slavs & Tatars.
[19] Intervista a Barbara Steiner, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 18.
[20] Intervista a Rostislav Vaněk, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 20.
[21] “The teacher as author.” (cit.) Nina Paim, Emilia Bergmark, Corinne Gisel, Taking a Line for a Walk. An Exhibition about Design School Assignments in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 98.
[22] Nina Paim, Emilia Bergmark, Corinne Gisel, Taking a Line for a Walk. An Exhibition about Design School Assignments in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 105.
[23] Mevis & Van Deursen hanno fondato il loro studio nel 1987 dopo essersi diplomati alla Rietveld Academie di Amsterdam, dove oggi Linda van Deursen dirige il dipartimento di grafica. Armand Mevis è invece uno dei docenti della Werkplaats Typografie ed entrambi insegnano a Yale. Lo studio Mevis & Van Deursen è attivo soprattutto nel settore culturale e si distingue per un approccio concettuale al graphic design.
[24] Linda van Deursen, in Intervista a Mevis & Van Deursen con Moritz Küng, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 15.
[25] Armand Mevis, in Intervista a Mevis & Van Deursen con Moritz Küng, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 15.
[26] Il titolo Our Art è anche un omaggio al duo artistico Gilbert & George.
[27] Considerazione ripresa da Moritz Küng, Mevis & Van Deursen, Our Art: Mevis & Van Deursen. Brno Biennial 2012 Grand Prix Winners in 26th International Biennial of Graphic Design Brno 2014. Graphic Design, Education & Schools. 19. 6. ‒ 26. 10. 2014, Catalogo della mostra, The Moravian Gallery in Brno, 2014, p. 178.
[28] Moritz Küng, in Intervista a Mevis & Van Deursen con Moritz Küng, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 15.
[29] Tom Vandeputte, laureato in architettura e in studi umanistici, è direttore del nuovo master in Critical Studies al Sandberg Instituut, Amsterdam.
[30] Tim Ivison, Tom Vandeputte (a cura di), Contestations: Learning from Critical Experiments in Education, London, Bedford Press, 2013. 192 pagine. ISBN 978-1-907414-23-7.
[31] Intervista a Koenraad Dedobbeleer, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 5.
[32] Pensata come un corso estivo volto a colmare il vuoto tra università e lavoro, la Typography Summer School ha luogo annualmente a Londra (dal 2010) e a New York (dal 2013), con conferenze e lezioni tenute da ospiti come Ken Garland, Sara De Bondt, David Pearson, James Langdon e altri.
[33] Biografia di Vladimír Kokolia, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 10.
[34] L’intervento di Vladimír Kokolia, in lingua ceca, è stato pressappoco incomprensibile per gli stranieri. Bisogna ammettere che la traduzione simultanea sembrava complicata, sia per la rapidità dell’eloquio sia, soprattutto, per i giochi di parole e la profondità dei temi trattati, questioni che necessitavano ogni volta di qualche secondo in più per essere comprese appieno.
[35] Intervista a Vladimír Kokolia, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 10.
[36] Domanda dei curatori, in Intervista a Vladimír Kokolia, Biennial News, Summer Edition, 26th Brno Biennial 2014, p. 10.
[37] 120 euro a spettatore comprensivi dell’accesso a tutte le mostre della Biennale, la metà per gli studenti, molti dei quali viaggiavano a spese e grazie all’organizzazione delle rispettive università.
[38] Thierry de Duve, When Form Has Become Attitude—And Beyond, in Nicholas de Ville and Stephen Foster (a cura di), The Artist and The Academy, Southampton, John Hansard Gallery, 1994, pp. 23-40.
[39] Elisabeth Klement è organizzatrice, con Laura Pappa, dell’Asterisk Summer School di Tallinn. Pieter Verbeke è bibliotecario alla Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam dove cura anche mostre e dibattiti intorno al tema del collezionismo librario e dell’editoria. Insieme hanno fondato la libreria-galleria San Serriffe nel 2011.
[40] David Bennewith, Koenraad Dedobbeleer, Henk Groenendijk, Louise Hold Sidenius, Linda van Deursen, Tom Vandeputte.
[41] Enzo Mari, Autoprogettazione, 1974.


Inserito da aiapzine | 29.07.14 | commenti (0) | Mostre | stampa




 
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